Racconti della cucina a base di acqua di mare ad Amalfi



Ho parlato tempo fa della cucina a base di acqua di mare raccontando degli spaghetti alle vongole fujute. Pasta, semplicemente pasta, ma cotta in acqua di mare insieme a qualche sasso o – magari – un po’ di alga. Per dare il sapore di frutti di mare, quando questi non c’erano. 

… L’importante era che in casa non mancasse mai l’acqua di mare. Cuocere gli spaghetti mescolando una tazza di acqua salata all’acqua dolce significava dare loro un vigore tale che, conditi con aglio e olio, pomodoro, prezzemolo e peperoncino, non solo mantenevano una cottura «al dente», al punto che ogni spaghetto faceva rumore cadendo nel piatto, ma acquistavano un sapore di pasta condita col sugo di pesce.

 
 

Per questo, ho letto con piacere questo articolo, che racconta della costiera amalfitana, e le abitudini legate al mangiare a base di acqua di mare.

Ad Amalfi il mare era il nostro cibo. Da ragazzi prima e da giovanotti poi ci siamo nutriti di mare. Alla spiaggia intingevamo il tarallo nell’acqua salsa. Bagnato diventava morbido e saporito. Aspettavamo l’onda e allungavamo la mano. D’estate andavamo al bagno con il cartoccio che la mamma ci preparava per la colazione: un grande biscotto di grano nero, cinque o sei pomodori, prugne e uva. Prendevamo una barca e raggiungevamo il largo. Tre lire all’ora. Biscotti e pomodori li bagnavamo nel mare, poi con una mano sbriciolavamo il biscotto e con l’altra portavamo alla bocca il pomodoro, turgido e rosso, che addentavamo con avidità. Ogni tanto gocce di sugo ci schizzavano sulle gambe nude e al sole sembravano d’oro. Nelle giornate afose di agosto era come mangiare mare e sole. La frutta la tenevamo al fresco in un tovagliolo attaccato alla prua con una cordicella. Poi, distesi sul bordo della barca, ce la piluccavamo piano piano rinfrescandola ancora nell’acqua di mare. Il grido degli scugnizzi Siamo cresciuti senza vitamine, neri di sole, mangiando pane e pomodori, sole e mare.

qui, l’articolo completo.




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